Le contraddizioni di una legge che non è una legge

“Questo è il bacio della morte alla legge sul testamento biologico”. Involontario humour nero, quello di Ignazio Marino. Per il senatore del Pd le Dat, le Dichiarazioni anticipate di trattamento, sarebbero ormai “ufficialmente carta straccia”. Colpa (merito) dell’emendamento del suo collega dell’Udc, Antonio Fosson, che le rende non vincolanti per il medico.
19 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 04:34
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Molto esplicito è stato, del resto, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi: “La funzione medica non può non avere l’ultimissima parola”, poco prima che il Senato approvasse (150 voti a favore, 123 contrari e 3 astenuti) il ddl Calabrò. Soddisfazione politica di Eugenia Roccella: “Il Pdl ha dimostrato di non essere un partito eticamente anarchico ma un partito autenticamente libertario”. Soddisfazione etica di Gaetano Quagliariello: “E’ una legge elaborata guidati dal senso assoluto della difesa del diritto alla vita”. Bacio della morte è espressione dettata da disappunto. In realtà il testo licenziato dal Senato non liquida affatto il testamento biologico. Ma l’aver ridato centralità al ruolo del medico e tolto dall’orizzonte la possibilità di sospendere i trattamenti vitali ai malati ha perlomeno depotenziato gli aspetti più perniciosi del provvedimento. L’impressione è che, restituita alla deontologia del medico e al suo rapporto con il paziente la responsabilità della cura, non ci fosse bisogno di legiferare oltre.
L’ex presidente del Senato, Marcello Pera, ha espresso in proposito il suo dissenso radicale: “Voto no perché mi oppongo al concetto stesso di dichiarazioni anticipate di trattamento e di testamento biologico”. Ma anche da parte di chi nel centrodestra ha sempre avuto una posizione critica sul testamento biologico, l’impressione è quella di una riduzione del danno: “Rimane la riserva sullo strumento in sé, ma diciamo che, rispetto al testo che era entrato in Aula, grazie anche al lavoro fatto dalla senatrice Bianconi e da tanti altri, quello votato ieri è meno peggio, è depotenziato nelle parti più ambigue”, riflette col Foglio Alfredo Mantovano. Oltre agli aspetti già citati, Mantovano aggiunge “il rispetto della linea di confine tra il consenso informato e le Dat”. Mentre restano, secondo Mantovano, delle contraddizioni implicite che potrebbero causare problemi: “Ad esempio, manca una norma che eviti la perseguibilità del medico che non accolga le Dat. Inoltre, visto che in questa materia è la giurisprudenza che ha per prima debordato, un testo così lungo e articolato potrebbe prestarsi a eccezioni, a infiniti ricorsi”. Quindi non risolve il problema.
Le polemiche di questi giorni vertono su quale diritto ha lo stato di limitare la libertà individuale su aspetti intimi e delicati come il rifiuto delle cure? Non è un atteggiamento da stato etico, soprattutto se si sceglie di lasciare la libertà di interrompere le cure, ma non quella di sottrarsi alla nutrizione e alla idratazione? In Senato c’è anche chi ha scomodato Aldo Moro come primo e insospettabile avversario di questa idea. Michele Lenoci, ordinario di filosofia contemporanea della Cattolica, ammette che “in linea di principio, su aspetti così delicati, una norma che pretenda di vincolare tutti forse era meglio non farla, è meglio limitare il ruolo della legge nella vita delle persone”.
Ma allo stesso tempo, precisa, “il potere legislativo è stato in questo caso costretto a intervenire. Dopo che un altro potere l’aveva già fatto, sarebbe stata una omissione”. Inoltre, sottolinea, “il concetto di stato etico implica una coercizione molto forte sulla società e i cittadini; mentre invece è assolutamente legittimo che uno stato manifesti un’attenzione al ‘favor vitae’, ovvero al mantenimento positivo della vitalità di una società. E quindi possa varare norme che, ad esempio, mantengano chiara la differenza tra ciò che è ‘libertà’ di rifiutare una cura e ciò che pretende essere ‘diritto’ di morire”. Felice Achilli, cardiologo che qualche giorno fa aveva spiegato in una lettera al Foglio come la questione centrale fosse proprio di non liquidare il ruolo e il senso del medico nel rapporto di cura, ribadisce i motivi per cui la legge non era necessaria. “Ma a questo punto valorizzo il lavoro fatto: è stata mantenuta la centralità e la responsabilità del medico”.